COVID-19, vaccino e facezie: alcuni passi insieme a Infermieri e Cittadini – 3 Il valore della deontologia

Terzo passo (per Infermieri, ma non solo): il valore deontologico del nostro impegno.

È inconcepibile e non tollerabile che un Professionista Sanitario non sia radicalmente aderente all’evidenza scientifica, quantomeno senza saper opporre un ragionamento scientificamente sostenuto alla comunità scientifica e professionale.

Il Codice Deontologico si esprime chiaramente, anche con impegni precisi e dichiarati e, come è noto, il Codice è norma di regolamentazione della Professione (art 49: natura vincolante delle norme deontologiche).

Art 1: L’Infermiere è il professionista sanitario, iscritto all’Ordine delle Professioni Infermieristiche, che agisce in modo consapevole, autonomo e responsabile. È sostenuto da un insieme di valori e di saperi scientifici. Si pone come agente attivo nel contesto sociale a cui appartiene e in cui esercita, promuovendo la cultura del prendersi cura e della sicurezza.

Art. 9: L’Infermiere riconosce il valore della ricerca scientifica e della sperimentazione. Elabora, svolge e partecipa a percorsi di ricerca in ambito clinico assistenziale, organizzativo e formativo, rendendone disponibili i risultati.

art. 29: L’Infermiere, anche attraverso l’utilizzo dei mezzi informatici e dei social media, comunica in modo scientifico ed etico, ricercando il dialogo e il confronto al fine di contribuire a un dibattito costruttivo.

Se utile, ogni concetto etico espresso viene ampiamente spiegato nel Commentario al Codice Deontologico

#iomivaccino per… NOI

Dalla scorsa primavera noi infermieri viviamo una condizione di stress molto importante.

Con l’arrivo del COVID 19, sono state sconvolte le prassi cliniche, siamo stati chiamati a prestare la nostra opera al di fuori del contesto in cui eravamo inseriti ed inevitabilmente, ora che viviamo in una condizione di costante emergenza, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, siamo stanchi, demotivati ed anche sfiduciati.

Si tratta di una stanchezza attesa e tipica che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (2020) ha denominato come “Pandemic Fatigue”.  In conseguenza a questa condizione, sono documentate anche difficoltà nel seguire alcuni comportamenti protettivi necessari cui siamo chiamati per fronteggiare l’ emergenza.

Allora, cara/o collega, queste poche righe vogliono essere un aiuto per dare un senso alle circostanze ed agli eventi che in qualche modo ci stanno travolgendo. Insomma, una specie di tavola da surf per fronteggiare quest’ imponente onda anomala.

Perché ora è il momento del NOI… NOI categoria professionale, NOI comunità scientifica… 

Non dobbiamo rischiare di perdere di vista quello che è il nostro impegno professionale: dovere deontologico di un’attiva partecipazione educativa a sostegno di una “cultura della salute” ( Art.1 del Codice Deontologico), essere socialmente presenti e attivi, diffondere le corrette conoscenze (Art 1, 9 e 29 Codice Deontologico).

Dobbiamo far comprendere alle persone che la salute e con essa il nostro impegno,  non sono questioni riducibili all’emergenza, ma vengono da molto lontano e si proiettano nel futuro. Dobbiamo far sentire ai cittadini e rendere testimonianza che non siamo eroi, ma siamo in prima linea con loro a cavalcare l’ onda sulla giusta tavola da surf fatta di conoscenze evidenti e di comportamenti coerenti.

Forse, anche, sfruttare questo momento di clamore mediatico per riappropriarci del giusto riconoscimento sociale della nostra professione.  Un po’ come nel caso della pandemia: un essere infinitesimale di cui pochi attenti osservatori avevano sentito fino ad allora parlare che, grazie ad uno spillover, un salto di specie, è riuscito ad essere sulla bocca di qualunque individuo nel mondo.

Affrontiamo questo momento come una sorta di possibilità di rinascita per la nostra professione augurandoci uno spillover cognitivo, morale.

Pillole per scelta consapevole: vaccinazione antiCOVID-19 con vaccino Pfizer/BioNTech con vaccino (Comirnaty)

Come detto precedentemente la NOSTRA professione comporta un dovere deontologico rispetto ad alcune scelte in materia di salute. Detto in altre parole: abbiamo il dovere di tutelare il DIRITTO alla SALUTE nostro e dei cittadini che assistiamo.

A volte, non è facile “fare la giusta scelta” perché oltre ad essere professionisti della salute siamo persone. Persone, con proprio sistema valoriale e simbolico di riferimento. Persone ,in questo momento: vulnerabili.

Vorrei affrontare quindi con voi, la questione della vaccinazione con l’utilizzo dei principi della bioetica che, nonostante il parolone, sono quanto di più pragmatico possa esistere.

Ho scelto questo strumento in quanto rappresenta una valida modalità per sostenere un dibattito all’ interno di società con molteplici e difformi espressioni di pensiero che godono del riconoscimento e della condivisione della comunità scientifica. Mi permetto di sottolineare che costituiscono il fondamento dei codici di Deontologia professionale.

Veniamo a noi e cerchiamo di capire se dovrei vaccinarmi oppure no…

Nell'ottica del Principio di Giustizia

Ovvero secondo quel criterio che consente a tutti i cittadini, sul territorio italiano, di accedere gratuitamente alle cure di base e di ricevere il trattamento più efficaceTutti, con uguale dignità. Senza distinzioni e con un’equa distribuzione delle risorse a disposizione

In tutto i casi di COVID 19 diagnosticati tra fine Febbraio e fine Novembre sono stati 1.651.229 (ISS ed ISTAT) con 57.647 morti, numero che a fine Dicembre sappiamo aver raggiunto le 73.029 mila unità con un totale di casi positivi che supera i due milioni (  2.067.487 ).

Il quarto Rapporto prodotto da ISS ed ISTAT ci dice che in Veneto l’eccesso di mortalità negli ultimi mesi è stato del + 42,8% a fronte del + 30,8% del mese di Aprile.

L’ Italia è al terzo posto per indice di letalità dopo Messico ed Iran. Questo ovviamente comporta che le politiche di strategia sanitaria siano fortemente concentrate rispetto al dover fronteggiare questa terribile pandemia, anche se , le altre malattie non sono scomparse.

Il sistema sanitario purtroppo non ha risorse illimitate né in termini economici né in termini materiali. Sappiamo bene come ha stravolto le organizzazioni cui apparteniamo, basti pensare al fatto che ora la maggior parte delle Unità Operative / Nuclei sono targati COVID. E’ diventata prassi consolidata l’uso quanto meno delle mascherine chirurgiche per non parlare di FFP2, di scafandri,

cuffie e visiere con enorme impegno di spesa per l’acquisto di tutto il materiale indispensabile per affrontare in sicurezza la gestione di questa tipicità.

Il COVID 19 colpisce principalmente i polmoni. È documentato che al 4 Novembre 2020 nell’ analisi di 5047 casi la polmonite si sia sviluppata in 4629 persone ( dati ISS ).

Il 94% dei decessi sia avvenuto in presenza di polmonite. La cui cura, come ben sapete, passa dalla semplice erogazione di ossigeno al supporto ventilatorio più o meno invasivo (caschi e/o intubazione endotracheale).

Ma non sono solo i polmoni ad essere interessati dalla risposta infiammatoria incontrollata al COVID 19: è documentato un aumento del rischio di patologie tromboemboliche che riguardano cuore, arterie ed anche arterie cerebrali.

Pensiamo dunque anche al costo del trattamento, non solo della fase acuta del COVID, ma anche delle sequele che inevitabilmente genera e non solo da un punto di vista di costi sanitari ma anche in termini di vita lavorativa persa.

Le ripercussioni di queste politiche hanno inevitabilmente comportato il dover sospendere temporaneamente alcune attività come, per esempio, quelle relative agli screening.  Si stima che solo il 15% dei casi di tumore venga diagnosticato tramite questa attività mentre in tutti gli altri risulta fondamentale l’elemento tempo. Ovvero: prima si riscontrano, maggiore è la possibilità di guarigione. Inoltre, i cittadini ora si rivolgono al sistema sanitario solo in condizioni di estrema gravità: hanno paura del contagio. A volte poi, può essere difficile accedere ad una visita specialistica o ad un esame diagnostico perché, come detto in precedenza, ora gli ospedali sono appieno coinvolti nell’ affrontare quest’ onda anomala.

La pandemia minaccia di aggravare pesantemente anche altre patologie tra cui quelle oncologiche. I ritardi diagnostici potrebbero esitare in diminuzione della spettanza di vita in salute, in aumento di mortalità.

Il ricorso al vaccino (Comirnaty, prodotto da Pfizer) ci permette di non sviluppare sintomi con un grado di certezza del 95%.  In altre parole se l’OPI di Belluno ha mille iscritti, di questi 950 non si ammalerebbero. Essendo gratuito e prioritariamente garantito alle categorie a rischio cui noi apparteniamo diventa una scelta efficace nel contenimento della spesa sanitaria ed anche nelle politiche di riorganizzazione del personale. Pensiamo come, a causa della carenza di personale, le persone non hanno potuto beneficiare delle migliori cure infermieristiche… Pensiamo a quanto difficile è stato sostituire un/una collega assente in un contesto a noi sconosciuto, con altro personale… Pensiamo alla fatica nel ricostruire legami e relazioni per essere efficaci nel lavoro di team… Pensiamo alla difficoltà a collocarci in quei bisogni specialistici delle persone che abbiamo dovuto assistere, per necessità…  Il ricorso al vaccino (Comirnaty, prodotto da Pfizer) potrebbe contribuire a ridurre i tempi per un ritorno alla normalità ed a liberarci gradualmente dell’ etichetta COVID, così da poter tornare ad occuparci della salute anche per le altre patologie, che vengono ora “accantonate”…

Nell'ottica del Principio di Autonomia e Beneficienza

Ovvero secondo quel criterio (autonomia) che consente a tutti i cittadini di scegliere liberamente e consapevolmente se sottoporsi ai trattamenti sanitari… Scelta esercitata nella piena consapevolezza: presa di decisioni responsabile… 

Ovvero secondo quel criterio (beneficienza)  che consente all’ infermiere di agire in maniera tale che le conseguenze della scelta risultino a vantaggio del bene della persona, nella sua integralità. La vaccinazione Comirnaty, prodotto da Pfizer, non è obbligatoria richiede però l’ esplicitazione di un consenso informato. Lo scopo del consenso è quello di rendere la persona consapevole dei rischi e dei benefici della vaccinazione e quindi libera di scegliere.

In 95 casi su 100 il vaccino impedisce al virus SARS COV 2 di provocare sintomi. I dati relativi alla sperimentazione in fase 3 sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine (74.699 Impact Factor, il più alto nel 2019) il 10 Dicembre. Lo studio cui si riferiscono è di tipo randomizzato e controllato, all’ apice dell’ evidenza scientifica condotto in tempi ristretti, per ovvie ragioni di emergenza, ma con numerosità campionaria elevata (43.548), su soggetti con età superiore ai 16 anni.

È il primo vaccino costruito con questo genere di tecnologia ma quest’ultima è studiata da anni nell’ ambito delle terapie oncologiche. Dimostra di avere un’ efficacia simile nei vari sottogruppi considerati differenti per: età, sesso, razza, etnia, IMC e presenza di malattie preesistenti.  Dieci partecipanti allo studio, dell’ intero campione, si sono ammalati di COVID 19 in forma grave; solo uno aveva ricevuto il trattamento. Gli effetti collaterali sono stati lievi (il 16% al di sotto dei 55 anni ): dolore da lieve a moderato sul sito d’ iniezione, affaticamento e mal di testa.  L’ autorità britannica di controllo sui farmaci ha consigliato alle persone con “significativa storia clinica di allergie” ( non soggetti allergici al pelo di gatto o simili ma soggetti che hanno già avuto attacchi allergici generalizzati) di non sottoporsi alla vaccinazione fintanto che non si sarà capito quale eccipiente possa scatenare la reazione allergica. Non potranno inoltre vaccinarsi bambini e ragazzi di età inferiore ai 16 anni e donne in gravidanza, in quanto categorie non incluse nella sperimentazione. Servirà una valutazione molto attenta anche nelle persone che hanno subito trapianto ed in quelle hanno malattie autoimmuni. La sperimentazione non è conclusa, nel senso che si stanno ancora raccogliendo informazioni, sulle persone oggetto di studio, circa la durata dell’immunità. Rimane anche aperto un altro interrogativo ovvero quello che riguarda la capacità del vaccino di proteggere anche dalla trasmissione del virus stesso.

Il direttore esecutivo del programma delle emergenze sanitarie dell’ OMS ci dice circa il 10% della popolazione mondiale potrebbe essersi infettata dal Virus SARS COV 2.

Secondo la Dott. Viola, Immunologa dell’ Università di Padova, in questo momento è difficile capire quanto la risposta anticorpale si mantenga nel tempo e se vi sia un’ immunità cellulare che si mantenga per un tempo maggiore rispetto al titolo anticorpale. In alcuni casi (difficile stimare il numero ora) ci sono state persone che si sono ammalate una seconda volta.  A fronte di quanto detto, si stima che, quando si raggiunge una certa soglia di persone che, dopo esser stare esposte al virus ed aver sviluppato una risposta immunitaria duratura nel tempo, si possa parlare  di “Immunità di gregge”.

Calcolare la percentuale di popolazione necessaria a raggiungere un’immunità di gregge non è facile, sottolinea Viola. Ci sono vari parametri da considerare. In questo caso, si è stimato che possa essere raggiunta tra il 50-60% della popolazione. Questo significa che dovremmo lasciar circolare e diffondersi il virus per raggiungere tale livello con un incremento di ammalati ed anche di morti. L’ Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea come lasciar circolare liberamente in virus, potenzialmente letale non solo non costituisca un’opzione ma sia assolutamente immorale. Pertanto, l’unica strada percorribile per raggiungere l’immunità di gregge, sarà la strategia vaccinale. Come se, in qualche modo il raggiungerla corrisponda a condividere un bene comune.  La riflessione stante le considerazioni di cui sopra si pone a due livelli: uno personale e l’ altro professionale. Anche se, come detto, è difficile scindere i due aspetti ma proviamo a fare un ragionamento.

Io, Infermiere/a, come persona sono competente per la cura di me stesso. Se assumo la prospettiva che la natura debba fare il suo corso, rifiutando qualsiasi tipo di medicamento, compreso il vaccino, scelgo di lasciarmi travolgere dagli eventi. In questo modo darei pieno significato alla mia autodeterminazione (eserciterei la mia libertà di pensiero: scelgo di non vaccinarmi liberamente e consapevolmente, con una certa incoerenza rispetto alla mia professione e alla deontologia, tuttavia) ma, a quale prezzo e con quale responsabilità per la società a cui appartengo? Io, sono dotato di una mia individualità, che mi rende unico, ma non posso negare che questa espressione è tale in virtù del fatto che c’è una comunità intorno a me a riconoscermi come individuo, a meno che non viva come eremita. In virtù della mia scelta, più o meno implicitamente, contribuirei al mancato raggiungimento dell’ immunità di gregge: altri ammalati ed altri morti. Ammalati e morti che potrebbero essere lontani dalla mia sfera personale ma anche vicini perché si sa, la morte non guarda in faccia nessuno.

Se trasferisco la riflessione diciamo all’ Io infermiera/e, oltre ad avere le ripercussioni di cui sopra, dovrei pensare alla scelta professionale fatta ed al patto sancito con i cittadini, attraverso la deontologia (letteralmente: discorso sui doveri) professionale? Verso quale deriva sto andando? Sono un professionista che tutela la salute, consapevole di trovarmi in una situazione di rischio, ho un’arma che deriva da studi della massima evidenza scientifica e … decido di non usarla… e niente immunità di gregge… più ammalati e più morti…

Non è solo l’atto in sé ( vaccino e sue caratteristiche) che devo considerare nella mia scelta ma la responsabilità che deriva dal fare o meno l’ atto.

È il tempo del NOI… Perché è solo grazie al riconoscimento dell’altro che si riuscirà a dare un senso al sé, come disse il filosofo Hegel. Gli esperti del comitato internazionale di Bioetica ci invitano a ricordare che, se siamo una specie evoluta, è grazie alla cooperazione.